CHERNOBYL

LA VERITÀ È SEMPRE LÌ

Guardare le cinque puntate di Chernobyl è stato come fare un tuffo in un passato piuttosto recente. Due giorni prima del 26 aprile 1986 avevo appena compiuto tredici anni e l’ingenuità pre adolescenziale vissuta in provincia non mi ha certo aiutato a capire a pieno la portata di un disastro del genere. La mini serie creata e scritta da Craig Mazin e diretta da Johan Renck mi ha aperto gli occhi, allora intenti prettamente al videoludere.

Ha evidenziato e messo a nudo le pecche di un mondo, quello sovietico, tanto utopico quanto fallimentare che di lì a poco si sbriciolerà come il nocciolo del reattore numero quattro della centrale nucleare. Chernobyl è innanzitutto una storia sulle persone. Al di là dei fatti puramente tecnici e sul perché il disastro sia avvenuto, il lavoro dello sceneggiatore si è soffermato sulle persone che sono state importanti in quei terribili momenti.

Valery Legasov lo scienziato e Boris Shcherbina il burocrate

Il protagonista assoluto è Valery Legasov interpretato da un notevole Jared Harris (già re Giorgio VI in The Crown). Valery è un professore dell’Istituto Kurchatov di Mosca, la principale istituzione nel campo dell’energia nucleare. Sarà lui insieme a Boris Shcherbina, vice segretario del consiglio dei ministri, ad occuparsi di cercare di risolvere il disastro. Alla domanda di Boris: -“Come lo spegniamo?” Valery risponde: -“Siamo di fronte a qualcosa che non è mai accaduto su questo pianeta”. In questo scambio di battute è riassunta tutta la drammaticità e il senso di impotenza che i due uomini hanno provato di fronte al disastro nucleare. Ad affiancare i due nel tentativo di arginare il problema prima e la ricerca della verità poi, arriva Ulana Khomyuk interpretata da Emily Watson. Ulana è un fisico nucleare di Minsk, una delle poche donne a capo di un istituto nella Russia di quegli anni. A dispetto di Boris e Valery, Ulana è un personaggio inventato da Mazin che ha affermato di averlo creato per rappresentare tutti quegli scienziati che hanno rischiato lottando contro il sistema, non solo governativo, ma anche scientifico interessato a proteggere se stesso dai propri sbagli. Ha scelto volutamente una donna perché, come spiega in un’intervista, la Russia era più progressista rispetto agli Stati Uniti, dove le percentuali di donne laureate in medicina e scienze erano nettamente inferiori. Oltre all’aspetto progressista, c’era una reale necessità: la Russia aveva perso milioni di uomini durante la seconda guerra mondiale e le donne hanno cominciato a ricoprire ruoli a loro prima negati.

Ulana Khomyuk

Il legame che si crea tra Valery, Boris e Ulana è fondamentale per lo svolgersi della storia. Tutti sono spinti da un solo ed unico fine: la verità. L’URSS è un paese dove tutto viene messo a tacere per non screditare la sua potenza mondiale; il KGB insabbia, spia, ascolta tutto e tutti; la guerra fredda aleggia ancora (seppur per poco) sul mondo; la corruzione e la scalata sociale sono metodi comuni mentre la meritocrazia è una parola inesistente. I tre “eroi” sembrano essere le uniche personalità immuni a tutto ciò, circondati invece da questo sistema che cercheranno di combattere fino alla fine. Il cemento che cola sulle bare dei primi pompieri arrivati sul posto la notte del disastro o sui cadaveri degli animali contaminati abbattuti da unità speciali create ad hoc, è metafora del tipico comportamento russo di nascondere e sotterrare i problemi. Ma come Valery registrerà su un’audiocassetta: “La verità è sempre lì. Lei rimarrà in attesa tutto il tempo”.

I tre non sono però gli unici eroi. I vigili del fuoco e i piloti degli elicotteri che hanno spento l’incendio, le centinaia di minatori che scavarono sotto il nocciolo per evitare la contaminazione delle falde acquifere, i tre volontari che scesero nelle piscine per aprire manualmente le valvole. Tutti lo fecero per umanità e senso del dovere, certamente non per denaro o fama. 

Gli animali, vittime dimenticate

Non possono passare inosservati i tanti animali che hanno attraversato le cinque puntate e che ricoprono un ruolo comprimario all’interno della narrazione. Vittime indifese tanto quanto gli abitanti di Pripyat. Il primo a cadere è un uccello, mentre i bambini ignari del disastro vanno a scuola. In questa immagine si esplicita la volontà della politica di sacrificare un’intera generazione pur di non diffondere la verità. Poi un cervo in un bosco. E le migliaia di cani, gatti, mucche abbattuti. Un bruco verde che striscia sui pantaloni di Boris verso la fine della serie è l’unico segno di una possibile rinascita e simbolo di speranza.

Oltre agli animali un’altra costante presente in quasi tutte le scene sono le sigarette e la vodka. Stereotipi tanto veri quanto popolari. Il tabacco ha una lunga storia in Russia, e non fa distinzioni sociali: amato sia dagli Zar che dagli scrittori come Dostoevskij o da minatori e operai. La vodka, a differenza di altri alcolici che vanno degustati, va trangugiata tutta in un sorso e può essere usata sia per festeggiare che per aiutare ad attraversare le sofferenze dell’esistenza (nel corso della narrazione di Chernobyl il più delle volte viene usata nel secondo frangente).

C’è una scena che più di tutte mi ha colpito per la forte componente poetica e il risvolto metaforico. Un’anziana signora è costretta da un giovane militare ad abbandonare la sua rurale e malridotta casa di campagna. Mentre sta mungendo una mucca (il cui latte è sicuramente contaminato) la babushka sintetizza in poche battute tutta la storia della Russia, una storia fatta di guerre, rivoluzioni, carestie e morti. Lo scontro generazionale non è altro che la metafora del passaggio dalla vecchia e testarda Russia al giovane e inesperto postcomunismo che avverrà di lì a pochi anni.

La ricostruzione delle ambientazioni è talmente verosimile che sembra di vivere realmente nella Russia del 1986. L’opulenza del Cremlino contrapposta allo squallore degli appartamenti degli abitanti ci fa capire la distanza abissale tra il potere politico e il popolo. L’uso dei colori virati al verde rende l’atmosfera cupa e avvelenata. Dal punto di vista puramente estetico, ma anche storico, mi ha fatto venire in mente lo splendido film Le vite degli altri (2006) di Florian Henckel von Donnersmarck ambientato nel 1984 nella Berlino dell’Est e che può servire a comprendere meglio il clima politico di quegli anni.

Le vite degli altri

Spero vivamente che la visione di Chernobyl non incentivi ulteriormente quel fenomeno malato che risponde al nome di “turismo dell’orrore”. Per quei mentecatti che volutamente e coscientemente si recano nei luoghi dei disastri, fregandosene del dolore di migliaia di persone solo per scattarsi selfie da pubblicare sui social, spero che la legge del contrappasso faccia il suo dovere.

Ho un ricordo personale che mi lega a Chernobyl e che oggi assume un significato più profondo. Negli anni successivi al disastro la mia famiglia, come molte altre, decise di ospitare per diverse estati un bambino proveniente dalla Bielorussia per aiutarlo a superare lo shock e respirare un’aria più salubre. A noi toccò una piccola e gracile creatura dal nome Nadja. Non sapeva una parola di italiano (e noi di russo) ma comunque riuscivamo a comunicare con i gesti e gli sguardi. Ancora oggi abbiamo degli sporadici contatti e l’ultima sua foto che ci ha inviato è questa. удачи надя.

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