CINQUE COSE CHE HO CAPITO DI JENOVA CHEN

1. AMA IL VOLO

È quasi ossessionato dal volo, dal cielo e dalle nuvole. Restare ancorati con i piedi a terra, attirati dalla forza di gravità può risultare dannatamente frustrante. Soprattutto se l’infanzia la si vive in un piccolissimo appartamento nella sovraffollata Shanghai nei primi anni Ottanta. Nel mondo onirico e immaginifico è molto più piacevole volare. I confini non esistono più, si aprono scenari immensi, fatti di cieli e nuvole. Un senso di libertà impagabile. Già nel suo primo student game Cloud del 2006 erano presenti queste caratteristiche, che si riproporranno come punti fermi nella produzioni a venire. In Cloud impersonavamo un bambino che dalla stanza di un ospedale sognava di poter volare via e giocare con le nuvole (Jenova Chen è stato ospedalizzato per molto tempo a causa dell’asma da piccolo). Il concetto del volo si estremizza ancora di più in Flower del 2009, dove prendiamo il controllo di una folata di vento. I tristi petali dei fiori che sono costretti a vivere nei vasetti in un  grigio appartamento di città, sognano di volare liberi in prati fioriti e verdeggianti sulle ali del vento. Insomma, se una volta si diceva “volare con la fantasia”, grazie alle opere di Jenova Chen possiamo realmente vivere quest’esperienza. 

Cloud

2. NON AMA LE PAROLE

Nei suoi giochi non sono presenti dialoghi. Si interagisce solo attraverso espressioni e suoni. Per Jenova Chen in un’intervista al Financial Timesil linguaggio è una forma di comunicazione in bassa risoluzione. La maggior parte delle informazioni vengono dagli spazi vuoti. L’astrazione, in quanto capace di farti riempire le cose, può essere più accurata nel catturare la realtà“. Questa visione buddhista deriva sicuramente dalle sue origini asiatiche, in cui lo spazio vuoto è importante quanto lo spazio pieno. Mentre in Occidente si è sviluppato un pensiero negativo del vuoto (horror vacui e nichilismo), in Oriente il vuoto è necessario perché il pieno possa esistere. E così, oltre a non avere bisogno del linguaggio, anche i paesaggi dei giochi di Jenova Chen sono perlopiù desolati. Pensiamo al deserto di Journey (2012) fatto di immense distese di dune e poco più. O ai prati di Flower. O al brodo primordiale di flOw (2006). Ambientazioni scarne, essenziali, mai ridondanti  ma non per questo meno affascinanti. Less is more.

Flower

3. RIFIUTA CATEGORICAMENTE LA VIOLENZA

Spessissimo il termine videogioco, soprattutto per  chi non conosce bene il medium, viene automaticamente associato a violenza. Non a torto, perché nella maggior parte dei giochi oggi in commercio, lo scopo primario del protagonista è avere la meglio su qualcun altro. Nei giochi di Jenova Chen non c’è mai un nemico da sconfiggere. Non c’è scarica di adrenalina ma emozioni rarefatte. Pensiamo a Journey. Si compie un viaggio, che può essere inteso come metafora del percorso della vita, solo per il piacere di farlo. Non c’è nessuna persona o nemico da sopraffare, si tratta solo di esplorare ed andare avanti verso una montagna, verso la luce.  

Una recensione di Sky su Play store

Potremmo compiere il viaggio in solitaria o, ancor meglio, con un altro giocatore anonimo online. Perché a volte conta più il viaggio che la destinazione e “la felicità è autentica solo se condivisa” [cit.]. Questi concetti vengono ripresi e potenziati nel suo ultimo progetto Sky: figli della luce (2019). Attraverso l’offerta di candele ad altri giocatori anonimi, potremo fare amicizia e prenderli per mano per aiutarli a superare zone inaccessibili a loro. O ancora si potrà accedere in alcune sezioni solo con l’aiuto di altri giocatori. Una sorta di ribaltamento del paradigma imperante nel mondo dei videogiochi (ma non solo!) della sopraffazione dell’altro. Qui quello che conta è l’empatia, la solidarietà, il donare. Per questo, creare un ambiente favorevole a scambiare emozioni positive in cui non si possono far prevalere le proprie qualità, ma metterle al servizio degli altri, è fondamentale per l’ecosistema dei giochi di Jenova Chen.

Journey

4. LA MUSICA E’ META’ DELL’ESPERIENZA

Questa frase compare all’inizio di Sky: Figli della luce. In tutti i giochi di Jenova Chen la musica non è solo sottofondo o accompagnamento ma ha un ruolo comprimario. Deve suscitare ed amplificare le emozioni di quello che si sta vivendo sullo schermo. Vincent Diamante è l’audio director e compositore dietro quasi tutti i giochi di thatgamecompany ed ha una formazione classica. Diplomato in pianoforte, le sue composizioni sono evocative, oniriche, romantiche, ma possono toccare anche lo spettro tragico e drammatico. Intere orchestre con archi e fiati, arpe e percussioni vengono usate per registrare le colonne sonore. In Sky il giocatore può persino suonare vari strumenti in determinati luoghi, ognuno con una propria tonalità. Si hanno a disposizione 15 note (due ottave con la prima nota ripetuta tre volte) e il risultato può essere molto gradevole e gratificante. Provare per credere.

Sky: Children of Light

5. CREDE CHE IL MEDIUM VIDEOGIOCO SIA UNA FORMA D’ARTE

In un’intervista a Eurogamer ha detto “ci sono voluti quarant’anni di cinema prima di Quarto Potere (Orson Wells, 1941 ndr). Forse è giunto il momento del passo in avanti dei videogiochi? Non chiedi a qualcuno ‘Guardi i film?’ o ‘Ascolti la musica?’ Gli chiedi solamente che tipo gli piace. Un giorno, ci chiederemo semplicemente ‘Che tipo di videogiochi ti piacciono?’” Se il suo flOw è uno dei 14 videogiochi acquisiti dal MoMa di New York insieme a pietre miliari quali Pac-Man e Tetris un motivo ci sarà! L’obiettivo principale di Jenova Chen come game designer è proprio questo. Vuole spingere i confini del videogioco verso forme d’arte mai espresse, e lo vuole far conoscere a più gente possibile.

https://media.playstation.com/is/image/SCEA/up9000-npua80001-game-ss-16?$MediaCarousel_LargeImage$
flOw

Per questo Sky: figli della luce, è uscito prima su iOS e ora su Android. Una scelta azzardata e che può fare storcere il naso, ma che è coerente con la filosofia di Jenova Chen. Il settore del mobile gaming è caratterizzato da produzioni spesso di pessima qualità e vòlte solo a monetizzare in maniera alquanto discutibile. Si pensi alle microtransazioni o alle loot boxes, che si avvicinano pericolosamente al gioco d’azzardo. O ancora a meccanismi psicologici e di marketing abusati e ormai onnipresenti nei casual games come la FOMO (Fear Of Missing Out, la paura di rimanere indietro e perdersi qualcosa) e la gamification che fidelizzano e tengono incollato il giocatore. Se questa è la concezione di videogioco che il pubblico dei giocatori casual ha, allora Jenova Chen ha pensato bene di rivolgersi a loro. Ormai gli hardcore gamer, o comunque tutti quelli che hanno visto l’alba del medium, sono riusciti bene o male a farsi un’idea di quello che il variegato mondo dei videogiochi riesce ad offrire. Si va dalle multimilionarie produzioni tripla-A (Assassin’s Creed, God of War) a piccole perle indie (Celeste, To the moon), da progetti autoriali e sperimentali (What remains of Edith Finch, Hellblade: Senua’s Sacrifice) ai MMO o agli Esports. Insomma, il termine ombrello “videogiochi” racchiude una quantità di generi e di offerta senza precedenti. Districarsi in un settore così affollato non è semplice, soprattutto per i nuovi arrivati e per un pubblico così vasto come quello del mobile. Con Sky: Figli della luce Jenova Chen riprende in mano il discorso lasciato aperto con Journey e lo amplifica, lo rende social. D’altronde in più di un’intervista ha citato Sant’Agostino: 

“E vanno gli uomini ad ammirare le vette dei monti, ed i grandi flutti del mare, ed il lungo corso dei fiumi, e l’immensità dell’Oceano, ed il volgere degli astri… e si dimenticano di se medesimi.” 

Sky: Children of Light

Purtroppo non tutti sono pronti ad apprezzare i giochi di Jenova Chen. Pur nella loro immediatezza e semplicità, richiedono una componente fondamentale: la meraviglia. Bisogna lasciarsi trasportare dalla meraviglia, tornare bambini. E sicuramente in Jenova Chen c’è ancora quel bambino in una stanza di ospedale o in un piccolo appartamento che sogna di volare via, prendere possibilmente qualcuno per mano e godersi il viaggio. È tutto qui.

Visualizza immagine di origine
Chen “Jenova” Xinghan, prende il nome da un personaggio di Final Fantasy VII

5 pensieri riguardo “CINQUE COSE CHE HO CAPITO DI JENOVA CHEN

  1. Articolo meraviglioso, davvero. Una disamina a tutto tondo, uno di quei “percorsi videoludici” a me tanto cari che spero possano davvero avvicinare i più diffidenti all’ars videoludica, un mondo che non si può ridurre solo e soltanto a determinati prodotti. Ammetto che, prima di leggere l’articolo, ignoravo chi fosse Jenova Chen. Mi ero immaginato, comunque, che dietro quell’opera d’arte (ancora a pensarci ho i brividi) che è Journey, dovesse esserci un “gran cervello”, qualcuno capace di usare il semplice per trasmettere il complesso. Il fatto che i suoi giochi (purtroppo ho giocato solo a Journey) siano minimalisti non significa che non comunichino qualcosa, anzi. Ricorderò sempre i miei incontri su Journey nei quali delle semplici movenze erano tutto quello che bastava per comunicare con un altro “viaggiatore”. Hai scritto parole bellissime, regalando un degno tributo ad un artista e invito chiunque a provare perlomeno Journey (attualmente gratuitamente scaricabile sullo PSN store fino al 6 maggio) per provare a gustare, come noi, un pizzico della meraviglia che il Sig. Chen Xinghan ci ha regalato.

    Piace a 2 people

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...