LITTLE ORPHEUS

Assaggiamo il nuovo cocktail di The Chinese Room. Bello da vedere ma non troppo buono da bere.

Dici The Chinese Room e subito la tua mente (almeno quella dei videogiocatori più smaliziati) associa questa raffinata software house inglese ad un certo tipo di videogiochi. Sono stati proprio loro infatti ad inaugurare il filone dei cosiddetti walking simulator nel 2012 con Dear Esther, anche se in realtà il gioco nasceva già nel 2008 come mod di Half-Life 2. Con questo titolo rompevano letteralmente gli schemi abituali dei videogiochi, fatti principalmente di sfida, velocità e violenza. In Dear Esther come anche nei successivi titoli Amnesia: a machine for pigs (2013) e Everybody’s gone to the rapture (2015) il gameplay viene piegato alla necessità di raccontare una storia. L’uso della visuale in prima persona, la lentezza del personaggio che può solo camminare e guardarsi intorno, la mancanza quasi totale di interattività, l’importanza primaria della colonna sonora orchestrale, la narrazione e la costruzione di personaggi psicologicamente complessi e fragili, tematiche non proprio leggere sono da sempre le basi portanti su cui si basavano i lavori di The Chinese Room. Poi arriva Little Orpheus e ti chiedi ma che cavolo è successo?

Innanzi tutto bisogna dire che lo studio di Brighton nel 2018 è passato sotto l’ala di Sumo Digital Ltd. perdendo di fatto l’indipendenza, almeno economica. Inoltre il gioco è uscito solo su Apple Arcade. Poi secondo le parole del creative director e fondatore Dan Pinchbeck hanno voluto fare un gioco “vibrante e forse più leggero delle cose che abbiamo fatto prima […] pur mantenendo la narrazione e quel senso di immaginazione e cercando di creare un sorprendente mondo, solo un po’ meno dark”.

Per spiegare in poche parole Little Orpheus potremmo provare ad immaginarlo come un cocktail:

tre parti di Limbo e Inside di Playdead

due parti di Viaggio al centro della terra di Jules Verne

una parte di Jurassic Park

colmare con ghiaccio direttamente da L’era glaciale

qualche goccia di Journey e Pinocchio

shakerare tutto e decorare con falce e martello

Il cambio di paradigma in questo gioco è tanto inaspettato quanto spiazzante.

Il compagno Ivan Ivanovich è il protagonista di questo platform 2.5D. Incaricato nel 1962 di partire con una navicella/trivella in una missione per colonizzare il centro della terra, si ritroverà dopo tre anni di peregrinazioni a raccontare la sua incredibile storia al generale terribile Yurkovoi. Tutta la parte narrativa infatti si svolgerà sotto forma di interrogatorio/dialogo tra Ivan e il generale. Sia attraverso dei filmati introduttivi al capitolo, che durante l’azione vera e propria nel livello i due non si risparmiano in scambi di battute esilaranti e surreali. Il gioco è pensato come una serie televisiva divisa in otto mini episodi, ognuno ambientato in uno specifico e assai variegato scenario. Ogni episodio inizia con una fantastica sigla animata che ben riassume lo spirito avventuroso del gioco, si chiude con il classico cliffhanger che contribuisce in maniera azzeccata a creare l’atmosfera giusta per voler andare avanti ed infine scorrono i titoli di coda. Ivan non ha proprio il classico fisico da astronauta o da eroe. Infatti è piuttosto goffo e ha pure imbrogliato per passare gli esami di ammissione alla missione. Ha anche origini molto umili, figlio di un orologiaio. Ma quello in cui eccelle è sicuramente la dialettica, l’inventiva e l’immaginazione.

Gli scenari in cui si muove Ivan sono a livello visivo quanto di meglio si sia mai visto in un gioco su dispositivi iOS. Colori vibranti, illuminazione superba, animazioni strepitose e fluide, profondità visiva a tratti sbalorditiva tanto che a volte viene la voglia di provare a muoversi nel mondo tridimensionale per andare ad esplorare gli stupendi ambienti. Davvero un peccato che Ivan si possa muovere solo bidimensionalmente. La colonna sonora è davvero ben scritta, con motivi di ispirazione sovietica. Le musiche partono nei momenti salienti del gioco andando ad enfatizzare situazioni concitate o più calme. Il doppiaggio dei due protagonisti in un inglese dal forte accento russo è quanto mai riuscito e riesce ad immergere ancora di più il giocatore nel contesto filosovietico. E poi la narrazione è veramente di ottimo livello, con continue metafore che condannano il capitalismo ed elogiano la grande madre Russia. Basti citare questa frase di Ivan “Quando qualcuno soffre soffriamo tutti, generale“.

Tutto bene quindi? Purtroppo no. Se The Chinese Room aveva già dimostrato con le produzioni precedenti di eccellere nel campo della narrativa, della grafica, della colonna sonora, non altrettanto si può dire per quanto riguarda il gameplay, cosa in cui effettivamente non si erano mai addentrati. Purtroppo impersonare Ivan non regala soddisfazioni. Non c’è il reale senso di controllo del personaggio. I salti sembrano semplificati e anche effettuandone uno con enorme anticipo o addirittura ritardo non si rischia la morte. I pochi enigmi ambientali risultano piuttosto banali e semplificati. Non si ricorre quasi mai al backtracking rendendo la progressione molto lineare e facilitata. Anche le fasi stealth non regalano particolari emozoni. Insomma il senso di sfida è quasi messo in disparte ma in questo tipo di gioco non credo abbia molto senso. Ho portato a termine il gioco in due sessioni da un paio d’ore ciascuna e sarò morto si e no dieci volte in totale. Se penso a Limbo, a cui Little Orpheus deve sicuramente tantissimo, il trial and error era parte integrante del gameplay. Non era fastidioso o troppo punitivo ma andava affrontato per riuscire a rendere credibile il personaggio. Qui invece si è cercato di rimuovere totalmente la sfida, ma così facendo, si è svuotato di contenuto un contenitore invece molto ben realizzato. Un vero peccato perché sarebbe potuto essere un vero gioiellino. Resta comunque un titolo da provare e che vale sicuramente il prezzo di abbonamento ad Apple Arcade per un mese.

Adatto a: un pubblico casual che vuole godersi
una serie televisiva avventurosa senza impegnarsi troppo
Non adatto a: chi ha amato i vecchi The Chinese Room

VOTO: 7

Giocato e finito su macOS in 4 ore – disponibile su Apple Arcade

CHERNOBYL

LA VERITÀ È SEMPRE LÌ

Guardare le cinque puntate di Chernobyl è stato come fare un tuffo in un passato piuttosto recente. Due giorni prima del 26 aprile 1986 avevo appena compiuto tredici anni e l’ingenuità pre adolescenziale vissuta in provincia non mi ha certo aiutato a capire a pieno la portata di un disastro del genere. La mini serie creata e scritta da Craig Mazin e diretta da Johan Renck mi ha aperto gli occhi, allora intenti prettamente al videoludere.

Ha evidenziato e messo a nudo le pecche di un mondo, quello sovietico, tanto utopico quanto fallimentare che di lì a poco si sbriciolerà come il nocciolo del reattore numero quattro della centrale nucleare. Chernobyl è innanzitutto una storia sulle persone. Al di là dei fatti puramente tecnici e sul perché il disastro sia avvenuto, il lavoro dello sceneggiatore si è soffermato sulle persone che sono state importanti in quei terribili momenti.

Valery Legasov lo scienziato e Boris Shcherbina il burocrate

Il protagonista assoluto è Valery Legasov interpretato da un notevole Jared Harris (già re Giorgio VI in The Crown). Valery è un professore dell’Istituto Kurchatov di Mosca, la principale istituzione nel campo dell’energia nucleare. Sarà lui insieme a Boris Shcherbina, vice segretario del consiglio dei ministri, ad occuparsi di cercare di risolvere il disastro. Alla domanda di Boris: -“Come lo spegniamo?” Valery risponde: -“Siamo di fronte a qualcosa che non è mai accaduto su questo pianeta”. In questo scambio di battute è riassunta tutta la drammaticità e il senso di impotenza che i due uomini hanno provato di fronte al disastro nucleare. Ad affiancare i due nel tentativo di arginare il problema prima e la ricerca della verità poi, arriva Ulana Khomyuk interpretata da Emily Watson. Ulana è un fisico nucleare di Minsk, una delle poche donne a capo di un istituto nella Russia di quegli anni. A dispetto di Boris e Valery, Ulana è un personaggio inventato da Mazin che ha affermato di averlo creato per rappresentare tutti quegli scienziati che hanno rischiato lottando contro il sistema, non solo governativo, ma anche scientifico interessato a proteggere se stesso dai propri sbagli. Ha scelto volutamente una donna perché, come spiega in un’intervista, la Russia era più progressista rispetto agli Stati Uniti, dove le percentuali di donne laureate in medicina e scienze erano nettamente inferiori. Oltre all’aspetto progressista, c’era una reale necessità: la Russia aveva perso milioni di uomini durante la seconda guerra mondiale e le donne hanno cominciato a ricoprire ruoli a loro prima negati.

Ulana Khomyuk

Il legame che si crea tra Valery, Boris e Ulana è fondamentale per lo svolgersi della storia. Tutti sono spinti da un solo ed unico fine: la verità. L’URSS è un paese dove tutto viene messo a tacere per non screditare la sua potenza mondiale; il KGB insabbia, spia, ascolta tutto e tutti; la guerra fredda aleggia ancora (seppur per poco) sul mondo; la corruzione e la scalata sociale sono metodi comuni mentre la meritocrazia è una parola inesistente. I tre “eroi” sembrano essere le uniche personalità immuni a tutto ciò, circondati invece da questo sistema che cercheranno di combattere fino alla fine. Il cemento che cola sulle bare dei primi pompieri arrivati sul posto la notte del disastro o sui cadaveri degli animali contaminati abbattuti da unità speciali create ad hoc, è metafora del tipico comportamento russo di nascondere e sotterrare i problemi. Ma come Valery registrerà su un’audiocassetta: “La verità è sempre lì. Lei rimarrà in attesa tutto il tempo”.

I tre non sono però gli unici eroi. I vigili del fuoco e i piloti degli elicotteri che hanno spento l’incendio, le centinaia di minatori che scavarono sotto il nocciolo per evitare la contaminazione delle falde acquifere, i tre volontari che scesero nelle piscine per aprire manualmente le valvole. Tutti lo fecero per umanità e senso del dovere, certamente non per denaro o fama. 

Gli animali, vittime dimenticate

Non possono passare inosservati i tanti animali che hanno attraversato le cinque puntate e che ricoprono un ruolo comprimario all’interno della narrazione. Vittime indifese tanto quanto gli abitanti di Pripyat. Il primo a cadere è un uccello, mentre i bambini ignari del disastro vanno a scuola. In questa immagine si esplicita la volontà della politica di sacrificare un’intera generazione pur di non diffondere la verità. Poi un cervo in un bosco. E le migliaia di cani, gatti, mucche abbattuti. Un bruco verde che striscia sui pantaloni di Boris verso la fine della serie è l’unico segno di una possibile rinascita e simbolo di speranza.

Oltre agli animali un’altra costante presente in quasi tutte le scene sono le sigarette e la vodka. Stereotipi tanto veri quanto popolari. Il tabacco ha una lunga storia in Russia, e non fa distinzioni sociali: amato sia dagli Zar che dagli scrittori come Dostoevskij o da minatori e operai. La vodka, a differenza di altri alcolici che vanno degustati, va trangugiata tutta in un sorso e può essere usata sia per festeggiare che per aiutare ad attraversare le sofferenze dell’esistenza (nel corso della narrazione di Chernobyl il più delle volte viene usata nel secondo frangente).

C’è una scena che più di tutte mi ha colpito per la forte componente poetica e il risvolto metaforico. Un’anziana signora è costretta da un giovane militare ad abbandonare la sua rurale e malridotta casa di campagna. Mentre sta mungendo una mucca (il cui latte è sicuramente contaminato) la babushka sintetizza in poche battute tutta la storia della Russia, una storia fatta di guerre, rivoluzioni, carestie e morti. Lo scontro generazionale non è altro che la metafora del passaggio dalla vecchia e testarda Russia al giovane e inesperto postcomunismo che avverrà di lì a pochi anni.

La ricostruzione delle ambientazioni è talmente verosimile che sembra di vivere realmente nella Russia del 1986. L’opulenza del Cremlino contrapposta allo squallore degli appartamenti degli abitanti ci fa capire la distanza abissale tra il potere politico e il popolo. L’uso dei colori virati al verde rende l’atmosfera cupa e avvelenata. Dal punto di vista puramente estetico, ma anche storico, mi ha fatto venire in mente lo splendido film Le vite degli altri (2006) di Florian Henckel von Donnersmarck ambientato nel 1984 nella Berlino dell’Est e che può servire a comprendere meglio il clima politico di quegli anni.

Le vite degli altri

Spero vivamente che la visione di Chernobyl non incentivi ulteriormente quel fenomeno malato che risponde al nome di “turismo dell’orrore”. Per quei mentecatti che volutamente e coscientemente si recano nei luoghi dei disastri, fregandosene del dolore di migliaia di persone solo per scattarsi selfie da pubblicare sui social, spero che la legge del contrappasso faccia il suo dovere.

Ho un ricordo personale che mi lega a Chernobyl e che oggi assume un significato più profondo. Negli anni successivi al disastro la mia famiglia, come molte altre, decise di ospitare per diverse estati un bambino proveniente dalla Bielorussia per aiutarlo a superare lo shock e respirare un’aria più salubre. A noi toccò una piccola e gracile creatura dal nome Nadja. Non sapeva una parola di italiano (e noi di russo) ma comunque riuscivamo a comunicare con i gesti e gli sguardi. Ancora oggi abbiamo degli sporadici contatti e l’ultima sua foto che ci ha inviato è questa. удачи надя.