Non chiamatelo videogioco: Kentucky Route Zero è in fin dei conti un manifesto politico. Pesante come una porzione di vincisgrassi.

Non chiamatelo videogioco: Kentucky Route Zero è in fin dei conti un manifesto politico. Pesante come una porzione di vincisgrassi

«Two roads diverged in a wood, and I —

I took the one less traveled by,

And that has made all the difference» 

(Robert Frost, The Road Not Taken, 1916) 

La prima volta che ho approcciato Kentucky Route Zero l’ho fatto nella maniera più sbagliata: ho cercato di “giocarlo” nei ritagli di tempo, giusto per distrarmi e svagarmi un po’.

Errore imperdonabile perché arrivato più o meno a metà della storia l’ho dovuto abbandonare tanta era la confusione mentale che aveva generato nella mia testa. Invece di rilassarmi, dopo una giornata di problemi e incombenze più o meno pesanti, mi ritrovavo ancora più stressato in questa specie di viaggio allucinatorio dove reale e magico si sovrapponevano e mescolavano peggio che negli strati unti di una porzione di vincisgrassi servita in una trattoria per camionisti.

Pur essendo avvezzo a esperienze indie fuori dagli schemi dove la narrazione è la parte preponderante dell’avventura, ho fatto la grandissima cazzata di considerare KRZ ancora un “videogioco”. Se molti titoli (non scomodiamo neanche i Tripla A) ancora faticano a staccarsi dal suffisso “gioco”, KRZ lo ha fatto completamente. Come nella poesia di Robert Frost citata all’inizio, KRZ prende la strada meno battuta, pur ricadendo purtroppo ancora sotto l’antiquato termine ombrello di video-gioco che richiama inevitabilmente all’infanzia, all’intrattenimento e al divertimento. Bene, l’opera di Cardboard Computer non è per bambini nè adolescenti, non diverte, al limite intrattiene ma richiede comunque al fruitore un’attenzione costante. E’ esigente in termini di pazienza, non è immediata, viene fuori sulla lunga distanza, ha bisogno di essere digerita (infatti i vincisgrassi possono essere molto pesanti!).

E allora ho riprovato con la seconda porzione. Questa volta ero armato di taccuino e matita ed ho cominciato ad annotare tutti i nomi dei personaggi, le loro storie e i loro intrecci. Poi ho cercato di tirare fuori quelli che erano i luoghi che i protagonisti (si non c’è un solo protagonista, ma molteplici) a mano a mano frequentavano, in un crescendo di stranezze e simbolismi. Lasciando dietro di sé completamente la componente ludica e la sfida, KRZ può risultare piuttosto ostico vista anche la mole enorme di testo che il fruitore è chiamato a leggere. Siamo molto più vicini alla letteratura (quella con la L maiuscola), ad una pièce teatrale, ad un’installazione di arte contemporanea, alla poesia, al cinema, ad un saggio, ad un manifesto politico. 

Eccoci qua, dopo questa lunga introduzione siamo arrivati al nocciolo della questione: KRZ è in fin dei conti un manifesto politico. 

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E’ la denuncia della malata società americana, dello sfruttamento dei minatori costretti a comprare dei gettoni dai loro stessi datori di lavoro per far funzionare i ventilatori ed avere così un po’ di aria. 

E’ la denuncia di una nazione che basa il sistema sanitario sulle assicurazioni per cui si può accedere alle sovvenzioni statali solo per brevi periodi e a volte si è costretti ad assumere medicinali in maniera fai da te con risultati alquanto impropri.

E’ la denuncia del costante rimpiazzamento delle persone umane con la tecnologia e i robot, costrette a lavorare per qualche spicciolo pur di non perdere il posto. 

E’ la metafora di una società sempre più anziana che non lascia spazio alle nuove generazioni, per cui “ci ritroviamo con una marea di alberi vecchi che soffocano quelli più giovani”. 

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E’ un forte grido di rivalsa di tutte quelle categorie di persone che hanno deciso di uscire dalla “società della performance”, come la chiamerebbero i filosofi di Tlon, ovvero una “società che richiede costantemente opinioni, condivisioni ed esibizioni e che ha paura del silenzio, dello spazio, della costruzione, e dunque di un’autentica narrazione. Perché raccontarsi oggi significa fare addizioni, sommare like e post e immagini, non lasciare che qualcosa di sacro emerga da qualche parte di noi che si trova davvero in profondità”. 

E’ il triste falò del lavoro di una generazione che ha passato la propria vita a costruire qualcosa e che non può fare altro che assistere inerme alla sua rovina, perché l’evoluzione è più veloce e tutto diventa subito obsoleto.

E’ un invito a diventare se stessi, prendere delle decisioni e rimanervi fedeli. Solo così si può diventare “specifici” e non “ombre senza tratti distintivi”.

E’ infine una denuncia delle corporazioni che detengono e concentrano il potere e che spolpano vivi i propri dipendenti a poco a poco. 

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In questo senso è esemplare la distilleria Hard Times, che ha stretti rapporti con l’onnipresente Consolidated Power Co.. Già dal nome, che richiama a sua volta un romanzo di critica sociale di Charles Dickens, si può capire che chi lavora qui ha vissuto,vive e vivrà tempi difficili. I dipendenti della distilleria sono tutti scheletri filiformi fatti di luce. Li accomuna una caratteristica: hanno contratto dei debiti che non sono riusciti a ripagare. E quindi sono costretti a lavorare giorno e notte, con turni massacranti. 

La fabbrica di bourbon è dislocata in una grotta sotto una chiesa e il suo cimitero, quindi non ci sono finestre a scandire il passare delle ore e delle stagioni.

Su una sorta di altare, nel punto più alto della fabbrica, si erge un’addizionatrice, un pezzo d’epoca che calcola gli interessi giornalieri e il totale restituito dai lavoratori in ottemperanza alla Formula. In una battuta che esprime bene il senso di tutto e che è degna conclusione di questo articolo politico, lo scheletro che fa da guida ai protagonisti durante la visita della distilleria pronuncia queste parole:

“The longer I sleep, the more interest accrues. It’s a sin to sleep your freedom away like that.” 

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Ci ho messo un pò ma alla fine l’ho digerito KRZ e ce ne fossero di piatti così!

LIEBSTER AWARD

Sono entrato da poco nel fantastico mondo dei blog e devo ammettere che quando ho visto arrivare questo tag da bluebabbler (grazie) pensavo fosse uno scherzo! Essendo la mia prima volta, mi cimenterò in questo esercizio.

Le regole sono queste:

  • Ringraziare il blogger che ti ha nominato, fornendo anche il link al blog
  • Rispondere alle 11 domande ricevute
  • Nominare altri 5-11 blogger
  • Chiedere 11 domande ai blogger nominati
  • Avvisare i blogger che sono stati nominati

Le domande che bluebabbler mi ha posto sono:

  • Quando hai iniziato con il tuo blog? E perché?

Questa è facile. Ho aperto il blog il 6 giugno 2019 (wow tra poco compie un anno) anche se avevo cominciato a scrivere alcuni articoli a fine 2018, dopo un intervento chirurgico importante che mi avrebbe tenuto lontano dal lavoro per molto molto tempo. Un mio amico (Max è tutta colpa tua) alla domanda: “E ora cosa faccio?” mi rispose: “Perchè non apri un blog?”

  • Genere cinematografico preferito?

Questa è difficile. Posso solo dire che meno persone hanno visto il film e meglio è (la stessa cosa la posso traslare per i videogiochi). Insomma non mi piacciono i blockbuster.

  • Descrivi la tua nemesi culinaria. Questa domanda mi ha messo in seria difficoltà! Cos’è una nemesi culinaria?
  • Star Wars e/o Star Trek? E perché?

Non sono un accanito fan di nessuna delle due, ma se devo scegliere, sicuramente Star Wars perchè senza Lucas non ci sarebbe stata la LucasArts.

  • Podcast sì o podcast no? Farli o ascoltarli?

Mi piacciono ancora le parole scritte. Odio ascoltare la mia voce quindi escludo il fare podcast, ascoltarli qualche volta.

  • Ma questo odore della carta, di cosa sa?

E’ uno dei profumi che mi appaga di più. Persino i libri che hanno preso un pò di muffa. Non riuscirò mai a leggere un ebook.

  • In lingua originale con i sottotitoli oppure abbiamo i migliori doppiatori del mondo?

Lingua originale con sottotitoli, anche per i videogiochi. Ma se sono troppo stanco va bene anche doppiato.

  • E le serie TV meglio da 4, 8, 10 o ventiquattro episodi a stagione?

8 episodi sono la mia lunghezza ideale.

  • Il romanzone da millemila pagine o il libruccolo con i racconti corti corti?

Qui mi è capitata una cosa molto strana. Sotto il periodo di quarantena sono riuscito a leggere quasi esclusivamente racconti (Respiro e Storie della tua vita di Ted Chiang, Magia Nera di Loredana Lipperini, Turbolenza di David Szalay ed altri) ma in periodi “normali” leggo tranquillamente i romanzoni.

  • Il miglior viaggio che hai fatto dove ti ha portato?

In Giappone

  • Cosa ne pensi delle catene di tag su WordPress?

Non le conoscevo, e mi ha fatto piacere essere nominato e partecipare. Ma credo che possa bastare.

Ora che sapete un pò più di cose su di me non mi resta che nominare altri blogger. Eccoli:

A questo punto mancherebbero solo le nuove 11 domande, ma sono troppo stanco ed allora ripeterò quelle di bluebabbler (grazie ancora) tranne quella sulla nemesi culinaria 🙂

  1. Quando hai iniziato con il tuo blog? E perché?
  2. Genere cinematografico preferito?
  3. Genere videoludico preferito?
  4. Star Wars e/o Star Trek? E perché?
  5. Podcast sì o podcast no? Farli o ascoltarli?
  6. Ma questo odore della carta, di cosa sa?
  7. In lingua originale con i sottotitoli oppure abbiamo i migliori doppiatori del mondo?
  8. E le serie TV meglio da 4, 8, 10 o ventiquattro episodi a stagione?
  9. Il romanzone da millemila pagine o il libruccolo con i racconti corti corti?
  10. Il miglior viaggio che hai fatto dove ti ha portato?
  11. Cosa ne pensi delle catene di tag su WordPress?

E’ tutto. Buonanotte.

MENU DI FINE ANNO

NO MORE MOTS

Per chi non lo sapesse MOTS è un acronimo che sta per More Of The Same e nel contesto videoludico sta ad indicare un titolo che ricalca quasi in toto le stesse modalità di gioco dei suoi predecessori. Pur cambiando alcuni elementi importanti come la grafica e l’ambientazione, i giochi etichettati come MOTS imitano in maniera pedissequa il gameplay di altri videogiochi, adottando alcuni accorgimenti che li rendono più attuali ed accattivanti, ma pur sempre qualcosa di non originale. Insomma una minestra riscaldata. Siccome ho detto più volte e ribadito anche in  questo blog che a me le minestre riscaldate, per quanto buone esse siano, non piacciono più, ho deciso di dedicare il mio ultimo post del 2019 a quei titoli che assomigliano ad un piatto dagli accostamenti improbabili, ma che una volta assaggiato ti fanno esclamare: WOW! E allora la solita minestra riscaldata rimarrà solo un brutto ricordo, rimpiazzata da piatti sperimentali, bizzarri, capaci ancora di stupire le nostre papille gustative assuefatte e atrofizzate.

Ecco il mio menù di fine anno. Buon appetito

Antipasto BABA IS YOU 

Un puzzle game che ha come ingredienti principali dei blocchi di parole e i connettivi logici. Senza fronzoli ed orpelli, nella sua semplicità un mix di spietatezza, originalità, sadicità ma che sa regalare forti soddisfazioni. Dalla Finlandia con amore.

Primo APE OUT

Qui alcuni sapori potreste anche riconoscerli (Hotline Miami su tutti) ma sono sapientemente miscelati e riarrangiati da tre grandi chef. Ed il risultato finale è potente, dirompente, ancestrale come il gorilla che andrete ad impersonare. Un pugno allo stomaco.

Secondo UNTITLED GOOSE GAME

“Come secondo signore abbiamo l’oca arrosto”. Questa è la fine che farebbe la protagonista di UGG se gli abitanti del tranquillo villaggio inglese dove vive la nostra bianca pennuta, fossero riusciti a catturarla. Invece lei è sfuggente, è furba, sa nascondersi, e fa tanti ma tanti dispetti.

Dolce FLORENCE

Una storia dolce e colorata come un pasticcino. Si sfoglia come un graphic novel, si interagisce poco o niente, dura giusto il tempo di un boccone, ma in così poco spazio viene racchiuso un concentrato di bellezza, poesia, arte, musica, delicatezza, che non ha eguali.

Caffè MINIT

Un gioco che dura 60 secondi, poi si muore e si ricomincia da capo.

Buon anno