BEYOND: TWO SOULS

COSA C’È NELL’ALDILÀ?

Di Gianni Mancini 23/06/2019

David Cage e il suo studio francese Quantic Dream, forte del successo di Heavy Rain, si ripresenta al pubblico nel 2013 con Beyond: Two Souls sempre per PlayStation 3 ormai pronta a lasciare spazio alla sua sorella maggiore PlayStation 4. Lo fa con una sceneggiatura ancora più articolata, andando a toccare tematiche a lui care e già approfondite in Heavy Rain come la genitorialità e l’abbandono, oppure argomenti nuovi come la diversità, il paranormale e la vita oltre la morte. Andiamo con ordine e cerchiamo di capire cosa rende Beyond un’opera forse troppo ambiziosa e non pienamente riuscita.

Lo sguardo quasi sempre triste e cupo di Jodie

Impersoneremo Jodie (Ellen Page) e la seguiremo nell’arco di circa venti anni. Da quando, praticamente bambina, viene abbandonata dai suoi genitori nel laboratorio del Dipartimento Attività Paranormali  (DPA) condotto dal dottor Nathan Dawkins (Willem Dafoe) e dal suo aiutante Cole Freeman. Jodie manifesta sin da piccola poteri paranormali. E’ in grado di parlare con il suo “amico immaginario” di nome Aiden, un’entità  legata a lei e a cui può impartire ordini. Molto spesso ci troveremo infatti a controllare anche Aiden che ha diversi poteri. Può attraversare i muri e i solai ma non può comunque andare troppo distante da Jodie in quanto è legato in maniera eterea alla sua proprietaria. Ha poteri di telecinesi, ovvero la capacità di spostare oggetti. Può strangolare o possedere alcune persone, entrando nella loro mente: una volta possedute gireranno le orbite degli occhi e non potranno più parlare. Può entrare in contatto con persone morte e far parlare Jodie come se fosse un medium. Ha il potere,  attraverso la chiaroveggenza, di rivedere gli ultimi istanti di vita di un cadavere. Può guarire da ferite o proteggere con un campo di forza Jodie. Tutti questi espedienti da un lato rendono il gameplay diversificato e più interessante rispetto al controllare solamente un personaggio umano, ma dall’altro rendono di fatto Jodie invulnerabile. Come dicevamo all’inizio seguiremo la nostra protagonista (o meglio i nostri due protagonisti in quanto indissolubilmente legati) nell’arco di una ventina di anni. Quindi avremo a che fare sia con una Jodie di otto anni che alterna i giochi che una bambina di quell’età dovrebbe fare agli esperimenti nel DPA, sia con una Jodie adolescente che vorrebbe essere come tutti i suoi coetanei ed infine una donna che lavora per la CIA visti i suoi poteri ed è immischiata in pericolose missioni in giro per il mondo. I fatti non verranno però raccontati in maniera cronologica. Come in Memento di Christopher Nolan, il tempo della narrazione viene spezzettato in tanti piccoli frammenti, ricomposti attraverso un montaggio balzellante. Si viene immediatamente catapultati dentro la storia, senza alcun prologo. E non si capisce perchè. Poi pian piano si va all’indietro e in avanti, con grosse difficoltà iniziali per il giocatore che resta volutamente confuso e disorientato. Alla fine ci si fà l’abitudine e tutto sembra avere un senso,  anche se non è semplice entrare nell’ottica che il bello di questo gioco è vedere cosa succede prima, e non dopo. Nella versione rimasterizzata per PS4 è stata introdotta una versione cronologica degli avvenimenti ma non ha certamente la stessa forza narrativa dell’originale.

I temi e le vicende che questa volta Cage ha voluto trattare sono molti, forse troppi e lo ha fatto con uno stile hollywoodiano che a volte rasenta il ridicolo. Mentre in Heavy Rain molte scene erano ambientate in interni di appartamenti dando un senso intimo al racconto, qui si è dato libero sfogo alla fantasia. Alcuni frammenti della vita di Jodie sono ambientati in un ranch Navajo in mezzo al deserto popolato di spiriti guerrieri, altri in una base segreta sepolta nella neve della Cina comunista, altri in una nazione africana soggiogata da un signore della guerra. Sembra di assistere ad un ennesimo 007 in giro per il mondo a compiere improbabili missioni. Al contrario di questa spettacolarizzazione ostentata, le scene più riuscite di tutta l’opera sono quelle in cui Jodie e Aiden si ritrovano a conversare da soli. A decidere se e come uscire per una festa con gli amici, invitare a cena un ragazzo, sistemare l’appartamento e che cibo cucinare, aiutare ed essere aiutata da un gruppo di senzatetto. Questi momenti intimi e “normali” fanno di Beyond un buon gioco, mentre la parte spettacolarizzata lascia alquanto a desiderare. Il fatto stesso che Jodie non possa morire (in Heavy Rain i quattro protagonisti potevano in un modo o nell’altro morire tutti) rende le sequenze d’azione quando è assoldata dalla CIA quasi forzate. 

Jodie ormai donna, che non ha perso però lo sguardo malinconico

Jodie sa di essere diversa ma vorrebbe essere accettata. La diversità è uno dei temi principali a cui ruota attorno il titolo di Quantic dream. L’inclusione è però lontana, ostacolata dai suoi coetanei che non la accettano e anzi la deridono più e più volte nel corso degli anni. Persino i suoi genitori si rifiutano di convivere con una bambina così diversa in quanto incapaci di gestire le sue stranezze. C’è una vecchia battuta di Woody Allen che dice: “Non vorrei mai appartenere ad un club che accettasse tra i suoi membri uno come me”. E’ l’elogio della diversità e, al medesimo tempo, è anche un elogio al principio di uguaglianza. Perché se l’essere diverso conduce all’esclusione, allora si crea una differenza, cioè un’ingiustizia. La povera Jodie di ingiustizie ne dovrà sopportare molte e non si può fare a meno di empatizzare con lei. L’altro tema portante è l’aldilà, la vita dopo la morte. Aprire varchi tra i due mondi (qui chiamato Inframondo) porta solo guai. Le anime devono essere lasciate libere, non si può trattenerle in questo limbo ad oltranza. L’elaborazione del lutto deve portare alla fase finale dell’accettazione, altrimenti non si riuscirà mai a staccarsi completamente dalla perdita.

Eleven di Stranger Things assomiglia dannatamente a Jodie

Le somiglianze sia visive che di contenuti con Stranger Things sono veramente impressionanti. Se avete visto la serie Netflix firmata dai gemelli Duffer non sarà affatto complicato, anche per chi ha un approccio superficiale alla fruizione mediatica, notare che le due protagoniste hanno i capelli rasati, gli viene fatto indossare un casco cerebrale, esce il sangue dal naso, sono in grado di attraversare il “varco”, hanno poteri di telecinesi. Sicuramente in questo senso David Cage ha vinto ancora una volta la sfida, riuscendo ad entrare di diritto tra i grandi creatori di un immaginario visivo e narrativo del nuovo millennio. Purtroppo dal punto di vista prettamente ludico il gioco ha molte lacune, si ha spesso la sensazione di non influire mai sul prosieguo della trama, che scivola via su binari ben definiti. Le quick time action (azioni da prendere in maniera rapida) risultano piuttosto confusionarie e anche se sbagliate per molte volte non porteranno mai alla morte del personaggio perché verrà salvato da Aiden. 

Beyond: two souls è un viaggio alla scoperta della propria identità, un doloroso percorso a ritroso fino al momento della nascita. E’ un’avventura cinematografica che può dividere il parere del pubblico. O lo si odia o lo si ama. Sicuramente è una delle cose più vicine al cinema che il mondo videoludico abbia finora prodotto. Usa tutti i linguaggi della settima arte e lo fa con sapienza. Peccato però che a volte ci dimentichiamo che si tratta pur sempre di un “gioco”. Dove Beyond fallisce è proprio il fatto che ci fa sentire come attori che leggono a voce alta un copione già scritto. La magia dei grandi videogiochi è quella di nascondere questa verità, non di mostrarla in modo così esplicito.

Adatto a: chi ama Stranger ThingsNon adatto a: chi vuole anche un po’
di gameplay

VOTO: 7,5

Giocato e finito su Playstation 4  per 10 ore – disponibile per Playstation 3 e 4 – in preordine su Microsoft Windows 

HEAVY RAIN

IL MESTIERE PIU’ DIFFICILE DEL MONDO

Di Gianni Mancini 14/06/2019

Heavy rain è uscito nel 2010 su Playstation 3 e all’epoca era decisamente una scommessa da parte di David Cage e il suo studio francese Quantic Dream lanciare sul mercato un titolo del genere. Trasporre una sceneggiatura cinematografica in un videogioco con un gameplay a dir poco minimale era un azzardo considerando che i titoli più giocati in quell’anno erano Mass Effect 2, Metro 2033 e Call of Duty Black Ops dove la componente principale era l’azione. A distanza di quasi dieci anni e il prossimo sbarco su PC possiamo tranquillamente dire che quella scommessa è stata vinta (almeno per chi nei videogiochi cerca una componente artistica, narrativa e psicologica oltre al momento ludico puro).

Come lo ha definito David Cage stesso, Heavy Rain è un viaggio emozionale. Per lui i videogiochi possono parlare anche dei problemi collegati al mondo reale e in Heavy Rain di problemi ne troverete molti. I personaggi del gioco si muovono in una Philadelphia post-industriale, abitano nei quartieri poveri della città, c’è molta desolazione, decadenza, incomunicabilità. Vivono in squallidi appartamenti, mangiano cibo riscaldato al microonde, abusano di medicinali. E’ lo stereotipo tipico e forse un pò abusato della periferia americana, dove le famiglie sono disgregate, i figli relegati e inebetiti davanti alle televisioni. Dall’altro versante, ma per poco tempo, si intravede la parte ricca della città, la borghesia capitalista non esente però dalle problematiche psicologiche dei personaggi meno abbienti.  Sullo sfondo ci sono ciminiere in mattoni, depositi di auto da demolire, ex centrali elettriche in disuso e tanta ma tanta pioggia. La pioggia è il continuum narrativo che segue la storia dall’inizio alla fine. E’ un elemento disturbante, di sottofondo che non lascia mai pensare in maniera lucida i personaggi che sono quasi storditi dal rumore incessante. Hanno quasi tutti problemi di salute, vivono o meglio sopravvivono alla quotidianità tirando avanti per non sprofondare e venire risucchiati nel vortice della vita. E’ forse proprio per questo che fanno uso di droghe, medicinali e alcool.  In letteratura nessuno ha mai raccontato così bene le relazioni umane e le scelte morali in una periferia americana quanto Kent Haruf nella Trilogia della Pianura (Benedizione, Crepuscolo e Il Canto della Pianura editi da NNE). Alcuni personaggi di Heavy Rain si possono tranquillamente accostare a quelli dello scrittore americano, in particolare i due fratellini con il padre alcolizzato.

Ethan Mars e suo figlio Shaun

Scendendo nei particolari senza svelare troppo della trama, dovremo impersonare quattro diversi personaggi che si alterneranno e incroceranno durante lo sviluppo della storia. Ethan Mars è un giovane architetto padre di due figli. Ha una bellissima casa e una splendida moglie fino a che un grave incidente cambierà del tutto la sua vita. Scott Shelby è un investigatore privato che sembra fermo agli anni ‘50. Guida un’automobile d’epoca, scrive a macchina, indossa trench e cappello, ha l’asma e beve whiskey insomma l’archetipo perfetto del detective hard boiled. Norman Jayden è un agente dell’FBI che ha un problema di dipendenza da una droga chiamata Triptocaine. Ha in dotazione un dispositivo sperimentale chiamato ARI che consiste in un paio di occhiali per la realtà aumentata e un guanto che analizza in tempo reale le tracce ematiche e ambientali. Madison Paige è una giornalista e fotografa che vive in centro  ma ha problemi di insonnia e incubi e il suo unico modo per riuscire a rilassarsi è andare a dormire nei motel. In un modo o nell’altro tutti e quattro hanno a che fare con il killer dell’origami, un enigmatico psicopatico che ha già ucciso otto bambini tra i nove e tredici anni affogandoli nell’acqua piovana e che vengono ritrovati nelle periferie con in mano un origami e un’orchidea sul petto.

Il detective hard boiled Scott Shelby

Il gioco si svolge in quattro giorni e si sviluppa come un conto alla rovescia scandito dai millimetri di pioggia caduti e che affogheranno inesorabilmente la prossima vittima se uno dei quattro protagonisti non riuscirà a salvarlo. Giocheremo un singolo personaggio alla volta in delle sequenze ben definite prendendo delle decisioni morali che influenzeranno lo svolgersi della storia. Attraverso i tasti del controller potremo spostarci nell’ambiente, rispondere o fare domande, interagire con gli oggetti. A volte bisognerà premere i tasti entro un determinato tempo (quick time events) pena il fallimento o addirittura la morte del personaggio. Questi eventi naturalmente influenzeranno il prosieguo della storia andando a plasmare diversi finali a seconda delle scelte fatte. A rendere l’esperienza di gioco il più realistica possibile facendo immedesimare il giocatore nei panni del suo avatar i programmatori hanno deciso di poter far compiere ai quattro protagonisti delle attività del tutto ininfluenti ai fini della storia, ma che li rendono drammaticamente umani: possono urinare, lavarsi le mani, bere acqua o caffè e specchiarsi. Tramite un tasto potremo addirittura “leggere” i pensieri del protagonista di turno ed ascoltare la sua voce interiore andando ad approfondire in maniera psicologica i vari aspetti della narrazione. Il fatto di poter sondare il pensiero del nostro avatar riesce a creare un legame davvero forte con il fruitore della storia che si immedesima talmente tanto a livello empatico da riuscire veramente a provare le stesse emozioni.

Norman Jayden il pragmatico agente FBI

Il comparto grafico è sicuramente uno dei punti di forza del gioco. I volti dei protagonisti sono davvero realistici e riescono a trasmettere un’infinità di emozioni attraverso i loro movimenti e sguardi. Anche gli ambienti sono ricostruiti in maniera realistica e dettagliata con una miriade di particolari da osservare. Per la colonna sonora è stata utilizzata un’intera orchestra e le magnifiche composizioni di Normand Corbeil registrate negli studi di Abbey Road non fanno che sottolineare ed impreziosire le scene. A livello cinematografico Heavy Rain resta un capolavoro assoluto. Vengono utilizzate in maniera sapiente ed eccellente tutte le tecniche a disposizione: profondità di campo, split screen, piani sequenza, dissolvenze, campo-controcampo. Non c’è quasi stacco tra la parte giocata e la sequenza cinematografica a garantire un continuum visivo. Da un punto di vista dello storytelling Heavy Rain vanta una sceneggiatura egregia pur se con alcuni buchi narrativi importanti. Gli archetipi junghiani approfonditi da Carol S. Pearson nel suo Risvegliare l’Eroe dentro di noi  sono presenti quasi tutti: l’Eroe, il Ribelle, il Saggio, l’Orfano, il Mago Nero, il Guerriero. La componente psicologica di tutti i personaggi sia principali che secondari è riconducibile a uno o più dei vari archetipi. L’esempio più riuscito è proprio quello di Ethan Mars che incarna perfettamente l’archetipo dell’Eroe il cui motto è «dove c’è la volontà, c’è una via». L’Eroe è la parte coraggiosa della nostra personalità, quella che ama dimostrare il suo valore e combattere per difendere ciò che le è caro. Ethan si troverà infatti ad affrontare la prova più difficile per un padre: vedere cosa è disposto a fare per salvare qualcuno che ama. La tematica della genitorialità è il fulcro intorno a cui ruota Heavy Rain. La difficoltà di crescere i bambini in una società consumistica come quella americana fatta di nonluoghi quali centri commerciali e stazioni ferroviarie. Non a caso due delle scene cruciali del gioco si svolgeranno proprio in questi spazi non identitari, di passaggio, popolati da individualismi solitari che si muovono come zombie. E’ un atto d’accusa anche allo stile genitoriale non-coinvolto tipico della generazione X in cui i genitori sono spesso emotivamente o fisicamente assenti.

Heavy rain è un thriller psicologico dai temi adulti che si farà ricordare nel tempo come ancora oggi ricordiamo Hannibal Lecter nel Silenzio degli Innocenti.

Adatto a: chi ama il cinema e i thriller
psicologici
Non adatto a: chi non ha voglia di guardare un film che dura 20 ore

VOTO: 8,3

Giocato e finito su Playstation 4  per 20 ore – disponibile per Playstation 3 e 4 – in preordine su Microsoft Windows