CELESTE

LA MONTAGNA INCANTATA

Di Gianni Mancini 26/05/2019

“Te ne sei accorto, sì?

Che parti per scalare le montagne

e poi ti fermi al primo ristorante

e non ci pensi più”

Così cantava Dario Brunori nella sua La Verità tratto dall’album capolavoro A casa tutto bene. Brunori è un raffinato cantautore che pur se con leggerezza e ironia, molto spesso nei suoi testi indaga e porta allo scoperto il lato meno piacevole delle persone. I protagonisti delle sue canzoni sono spesso ansiosi, depressi, sconfitti, inermi di fronte a quello che potremmo definire con le parole di Eugenio Montale “il male di vivere”. Ma non tutto è perduto: Brunori lascia sempre un lumicino acceso, qualche parola incoraggiante. La montagna è da sempre usata in letteratura come metafora della vita poiché è fatica, sofferenza, sudore, proprio come la nostra esistenza. Occorre dosare le forze, stabilire i punti di sosta, studiare il percorso nei dettagli, pena il fallimento. Non si può improvvisare nulla, tutto va attentamente programmato. Così nella vita, quando vogliamo raggiungere un obiettivo non possiamo affidarci al caso. Una volta raggiunta la meta però la soddisfazione per l’impresa, grande o piccola, ci farà guardare alla fatica fatta come a dei dolorosi ma necessari passaggi per arrivare alla gioia della vetta.

In Celeste la montagna e la scalata sono il leitmotiv del titolo. Impersoniamo Madeleine, una ragazza con zaino in spalla che decide di tentare la scalata del monte Celeste. I comandi sono semplici: tasti direzionali per muoversi, un singolo salto, scatto a mezz’aria e aggrapparsi alla parete. Finito. Con questi pochi elementi bisognerà affrontare sfide al limite dell’impossibile dove la gravità ci ricorda inesorabilmente la nostra natura caduca. La morte in questo gioco è parte integrante e necessaria.  Solo dall’esperienza, dall’errore, dalla pianificazione si riuscirà a proseguire il viaggio verso la vetta. Il trial and error è ossessivo, spinto al limite e a volte potrà veramente farci venire in mente di desistere e mollare tutto. Ma proprio per questo è diametralmente gratificante il completamento dei livelli che a piccoli passi ci fa avvicinare all’agognata vetta.

La montagna è un luogo generalmente solitario, ma Madeline incontrerà alcuni personaggi. Una vecchia saggia che conosce bene i segreti della montagna, Theo un giovane fotografo alla ricerca del selfie perfetto, Mr. Oshiro un albergatore frustrato dalla mancanza di clienti, ma soprattutto una parte di sé che proprio non ama. Da un antiquato specchio rotto (metafora anche questa ricorrente in letteratura e filosofia ) si materializzerà una Madeleine dark, pessimista, disfattista, anima depressa e pragmatica della Madeleine “normale”. Le dirà subito che non riuscirà mai a scalare la montagna e farà del tutto per farla desistere. Madeleine cercherà di combatterla, di nasconderla, di non ascoltarla evitando il dialogo con la sua controparte buia. Ma questo non farà che peggiorare le cose. Attacchi di panico assaliranno Madeleine che solo con il respiro e visualizzando una piuma (metafora di levità) riuscirà a tranquillizzarsi. I dialoghi di Madeleine con i vari personaggi sono la parte più sorprendente del gioco. Da un platform puro e crudo come questo non ci si aspetterebbe una narrazione tanto profonda e accurata. Invece ogni singola parola che esce dalla bocca dei compagni di avventura di Madeleine, ed in particolare dalla sua controparte, sono momenti da ricordare.

Matt Thorson (Matt makes games) è la mente dietro Celeste. Sin da piccolo ama i platform e Super Mario per Nes resterà uno dei suoi punti di riferimento. Inizia a programmare videogiochi amatoriali in giovane età e dopo essersi laureato decide di continuare la sua strada da solo invece che in uno studio. Divide una casa insieme ad un gruppo di amici programmatori che così possono supportarsi a vicenda nei momenti più delicati e stressanti del loro lavoro. Matt, che soffre di attacchi di panico e di ansia, capisce proprio da questa esperienza “familiare” di condivisione che è importante delegare, esteriorizzare le proprie paure e che qualcosa rimane comunque fuori dal nostro controllo.

Come quasi ogni titolo indie degli ultimi tempi, Celeste è realizzato con una pixel art ispirata dai colori ora cupi ora sgargianti, mentre i dialoghi e le immagini statiche sono in alta risoluzione. La stupenda colonna sonora accompagna e sottolinea i vari stati emozionali dello sviluppo narrativo. I comandi sono precisi e rendono bene la sensazione di scalata. Il level design è perfetto, millimetrico, intelligente, vario. Ci sono delle fragole da raccogliere nel corso dei vari livelli che sono ben nascoste e messe in posti via via più inaccessibili. Al giocatore la libertà di prenderle (allungando notevolmente il livello di sfida) o proseguire dritti verso la vetta. Solo per i più coraggiosi poi ci sono dei capitoli nascosti da sbloccare denominati Lato B dove la difficoltà già elevata diventerà estrema.

Celeste è un gioco che rimane nella mente e che scalda il cuore del giocatore, come una crostata di fragole appena sfornata da dividere con gli amici di avventura. Assaggiatelo.

Adatto a: chi ama i platform super
impegnativi ma anche una splendida
narrazione (che non è scontata)
Non adatto a: chi parte per scalare la
montagna e poi si ferma al primo ristorante

VOTO: 8,2

Giocato e finito su Switch  per 14 ore – disponibile per Microsoft Windows · macOS · Linux · Nintendo Switch · Xbox One · PlayStation 4

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