LA STRANIERA

VIDEOGIOCHI E INTIMITÀ

“Lo Stockwell Skatepark si trova a sud, dall’altra parte del fiume, a un chilometro scarso da Brixton. Nel 2011 non aveva una pagina Wikipedia e non aveva una storia, per me. Adesso so che lo chiamano “Brixton Beach” e che è stato finanziato dalla municipalità nel 1978. Ora c’è un negozio che vende skate li vicino, ma prima non c’era. Privo di segnaletica, sembrava solo un posto messo lì per caso, quasi completamente circondato da council houses basse e marroni, in procinto di essere sostituite da altre costruzioni. Mi piaceva perché era pieno di persone affacciate sui ballatoi che potevano guardare le acrobazie sullo skate o sulla BMX a distanza ravvicinata.
Era l’unico luogo in cui riuscissi a sentirmi calma. Andavo lì di pomeriggio e mi sedevo a guardare quei ragazzi e quelle ragazze che si lanciavano giù per la cunetta di cemento. Chiudevo gli occhi e sentivo il fruscio delle ruote, il taglio dell’aria e il suono delle cadute, nelle mie giornate da freelance in cui non avevo amici e niente da fare. Guardavo quegli adolescenti senza partecipare, così come da ragazzina mi sedevo vicino a mio fratello per vederlo giocare a Vampires o Max Payne: era un sollievo, qualcuno portava la storia avanti senza che ne avessi la responsabilità. Sono un bravo navigatore; per farmi sentire utile a volte lui mi diceva di consultare mappe e istruzioni anche se non era necessario, ma quando devo decidere di me stessa, quando devo scaricare una mitragliatrice in uno sparatutto in prima persona, muoio subito. Non so farmi largo nell’avventura, e quelli sono stati tra i momenti più intimi che io e mio fratello abbiamo avuto, quando speravo che il suo personaggio di finzione non si ferisse. Non gli ho mai rubato il joystick, non sono mai stata
una ragazzina che voleva agire. Mi bastava assistere allo sviluppo della storia, a tifare contro la sua morte sullo schermo, e così facevo con i ragazzini nello skatepark, in attesa che spiccassero balzi eroici in alto e disegnassero circonferenze perfette.”

Questo breve spaccato di vita è tratto da La straniera, libro di Claudia Durastanti pubblicato da La nave di Teseo uscito esattamente un anno fa. E’ difficile etichettare ed inquadrare lo scritto della giovane autrice nata a Brooklyn nel 1984, cresciuta tra la Basilicata e Roma, ora residente a Londra. Più memoir che autobiografia, più raccolta di racconti che romanzo, a volte può addirittura somigliare ad un saggio per le tante citazioni letterarie e cinematografiche. Ho scelto questo brano perché innanzitutto il mondo dei videogiochi è al centro del discorso e nel mio blog si parla principalmente di questo. Ma soprattutto l’ho scelto per il fatto che la Durastanti riesce a rendere in maniera così magistrale, in pochissime parole, un aspetto spesso sottovalutato, per non dire proprio taciuto, dei videogiochi. E cioè il fatto che a volte si può creare un senso di intimità tra due persone che nella stessa stanza giocano ad un videogioco. Pur non partecipando in prima persona, la scrittrice si sente coinvolta anche solo guardando. Il fratello la rende partecipe facendole consultare le mappe e le istruzioni e a lei basta così. Non vuole agire, le basta tifare e assistere.
Il fratello e la sorella in questo modo si avvicinano, vivono un’esperienza, seppur virtuale, in comune, sono coinvolti in un’avventura sullo schermo che presenta scelte da prendere ed enigmi da risolvere. Ricordo con un pizzico di nostalgia le ore e ore passate con mio fratello Demetrio davanti alle avventure Lucasfilm e Sierra o le mille partite giocate a Speedball o Sensible soccer. Questo ci ha unito come non mai. Eravamo accomunati da questa grande passione che negli anni ci ha spinto a visitare improbabili fiere, comprare tutte le riviste dell’epoca e leggerle fino a consumarle o incontrare loschi pirati informatici pur di provare l’ultimo titolo di Sid Meier o Will Wright. Sia chiaro che non sto rimpiangendo i bei tempi andati, ma piuttosto la perdita di quei momenti di intimità di cui parla la Durastanti. Ebbene se i videogiochi riescono (o riuscivano?) più di altri medium ad alimentare l’amicizia, la fratellanza, l’empatia, la partecipazione, allora un qualche aspetto positivo ce l’hanno pure. Più e più volte sono arrivati attacchi anche pesanti al medium videoludico, soprattutto da persone che non ne sanno praticamente niente e parlano per sentito dire. L’ex ministro Calenda è arrivato al punto di sentenziare che «i videogiochi sono droga, atrofizzano il cervello. Al momento niente smartphone. Prima che con la tecnologia devono avere a che fare con la cultura» riferendosi ai propri figli. Al di là di una visione molto limitata e costituita solamente da preconcetti, il mio consiglio al sig. Calenda è che dovrebbe passare un pò di tempo a videogiocare con i propri figli, o magari guardarli soltanto giocare come ho fatto io in passato con mio fratello e come faccio oggi con i miei figli di cinque e quattro anni.
Quelli potrebbero essere per lui e per i suoi figli alcuni dei momenti più intimi da ricordare, ma credo proprio che se li perderà.

3 pensieri riguardo “LA STRANIERA

  1. Anche io ricordo con piacere le sfide a Speedball e Sensible Soccer o le avventure della Lucas Art o Sierra, le giocate a Lemmings, o ad Alone in The Dark e Resident Evil, e tanti altri ancora, tutti giocati assieme a mio fratello. Che ricordi! Purtroppo devo contraddirti sull’analisi finale! Ahime, ho un approccio estremamente scientifico e quindi mi attengo solo e soltanto ai fatti. La mia esperienza e il mio istinto emotivo tenderebbero a difendere a spada tratta i videogiochi, tanto che mando avanti il progetto Video Games & Art per pura passione, anche se mi costa lavoro e fatica per tenerlo aggiornato! Eppure i fatti e i dati parlano da soli. Purtroppo sotto l’etichetta videogioco sono catalogate anche le slot machine per essere chiari; oppure senza andare così lontano, anche i giochetti mangia soldi di bassa categoria come Clash of Clan, o i giochi d’azzardo on line etc. E avvicinandoci ancora di più alla nostra esperienza di home gamers, ci sono i giochi iperviolenti per catturare l’attenzione degli sprovveduti in cerca di facili emozioni, i giochi con le loot boxes, insomma tutto il marcio del mainstream. E purtroppo l’industria videoludica si regge sullo schifo che ho appena elencato. Spesso sono le stesse major a produrre i videogiochi per l’home gaming e le slot machine (vedi ad esempio la SEGA, ma anche altre che ora non mi vengono in mente). In ogni caso non solo le mie conoscenze e la mia esperienza, ma anche gli studi accademici, purtroppo confermano che i videogiochi, ancora più del cinema e dei fumetti, hanno un’industria ed un mercato che si reggono su un livello culturale ed etico molto basso; ad esempio sono i settori più lontani dall’arte espressiva in confronto ad altri medium come cinema, fumetto, letteratura etc. D’altronde Video Games & Art è proprio il tentativo di sensibilizzare il mondo videoludico, perché purtroppo il nostro medium preferito non solo esprime solo il 5% del suo potenziale espressivo, ma addirittura è quello più moralmente e culturalmente deleterio e discutibile. Ahimè non sono quelli come Calenda ad avere torto, sono l’industria e il mercato dei videogiochi ad esserlo! Lontanissimi dalla nobilitazione che invece ad esempio il fumetto ha già conquistato fra gli anni ’80 e ’90. Certo, noi facciamo riferimento ad esperienze ludiche più scelte, e proprio per questo ci hanno lasciato qualcosa. Ma purtroppo non rappresentiamo il mainstream. Tu pensa che una volta i videogiochi coincidevano con gli arcade, macchinette mangiasoldi senza pudore. Certo, Calenda non conosce bene il medium, però quando parla così la colpa non è solo della sua ignoranza, è soprattutto dello stato attuale dell’industria e del mercato videoludico.

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    1. Il tuo punto di vista è assolutamente condivisibile ed approvo in toto. Il mio post voleva essere un piccolo tentativo di difendere i videogiochi prendendo in considerazione un aspetto (l’intimità) spesso taciuto, partendo da quello splendido spunto della Durastanti. Ora hai ragione, ho fatto un errore includendo nel termine ombrello “videogiochi” tutti i vari casual game con loot boxes che si avvicinano più al gioco d’azzardo o gli sparatutto/picchiaduro iperviolenti. Purtroppo per mia personale forma mentis non ho mai considerato questo tipo di giochi dei Videogiochi con la V maiuscola e tu lo sai visto che come gusti siamo sulla stessa lunghezza d’onda. Ma lo stesso discorso potrebbe valere per tutti gli altri medium. Non considero Letteratura un libro di Moccia, non considero Cinema un cinepanettone dei Vanzina, non considero un Fumetto Dylan Dog (qui so che potrei suscitare le ire di molti ma pur avendo apprezzato ed amato intere annate dell’indagatore dell’incubo ora lo relego in quella fascia di puro intrattenimento senza alcuna velleità artistica). Certamente la colpa è dell’industria videoludica, ma anche gli altri medium non sono messi poi tanto meglio. Sta al fruitore cercare ed informarsi. Non mi sognerei mai di andare al cinema a Natale ed entrare nella sala solo perché tutti ci vanno. O di acquistare solo i libri che sono primi in classifica o che hanno vinto dei premi. Ed è proprio grazie a persone come te, che svolgono un lavoro encomiabile ed incredibilmente faticoso in termini di tempo ed energie, che magari alcune persone riescono a capire che i Videogiochi possono tranquillamente fregiarsi della lettera maiuscola. E che possono anche creare un senso di intimità. Non solo loot boxes e violenza.

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