MORTE E RESURREZIONE DELLE AVVENTURE GRAFICHE

PARTE 1

Prendendo spunto da un recente post di quella “vecchia cariatide” di Redbavon in cui rimembrava, con un pizzico di nostalgia, i bei tempi andati degli esordi delle avventure grafiche, ho voluto cimentarmi in una serie di interviste e riflessioni per dimostrare il fatto che non sono del tutto morte e sepolte, ma anzi vivono una seconda giovinezza.

Partiamo in questa prima puntata con un pizzico di storia (che non guasta mai) per poi andare dritti alle domande ad un ospite d’eccezione: Diduz di LucasDelirium.

L’aspetto delle prime avventure! La fantasia doveva lavorare parecchio!

Le avventure grafiche nascono dalle ceneri e dai limiti delle avventure testuali. In queste ultime il giocatore era chiamato ad immettere dei comandi testuali per istruire il personaggio della storia ed interagire con l’ambiente in cui si trova, il tutto solo attraverso l’uso delle parole e, ancora più fondamentale, dell’immaginazione. Se Colossal Cave Adventure viene annoverata come la prima opera canonizzatrice del genere, è con la serie Zork della Infocom, pubblicata nei primi anni Ottanta, che il genere esplode. Pur se affascinanti, le avventure testuali avevano il grande limite di ridurre il gioco ad una ricerca frustrante del giusto verbo o nome da utilizzare in un determinato momento. 

Solo quando viene introdotta la grafica, ed il giocatore non è più chiamato ad immettere comandi testuali ma ad interagire direttamente con le immagini a video, allora possiamo parlare di avventura grafica. La nascita di questo genere viene attribuita a Roberta Williams che, insieme al marito Ken, fondano la On-Line System poi divenuta Sierra. Dopo una fase di passaggio con Mystery House che ancora accusa il retaggio del testo, il successo vero e proprio arriva con King’s Quest. Il gioco per la prima volta permette di camminare dentro lo scenario, le immagini non sono più solo un contorno ma parte integrante del gameplay e addirittura compaiono le prime animazioni.

L’introduzione delle interfaccie Scumm della LucasArts e SCI della Sierra può essere annoverata tranquillamente tra i passi in avanti più importanti del medium. Grazie a queste, le avventure grafiche diventavano più accessibili. Tra le prime produzioni di successo possiamo citare Maniac Mansion, Zac Mc Kraken della LucasArts e King’s Quest, Leisure Suit Larry, Space Quest della Sierra. 

Sierra e LucasArt vanno citate sempre insieme come Bartali e Coppi, Stanlio e Olio o Ferragni e Fedez!

Nell’avventura grafica il giocatore non ha bisogno di particolari riflessi o abilità di coordinamento occhio/mano. La calma, il ragionamento e il pensiero laterale sono necessari per risolvere gli enigmi che bloccano il prosieguo della storia. In genere non esistono stringenti limiti di tempo e il concetto di longevità risulta per questo inadatto. La caratterizzazione dei personaggi di solito è eccellente, i dialoghi sono degni di una sceneggiatura da Oscar, le ambientazioni sontuose e ricche di dettagli, le musiche e il doppiaggio contribuiscono a rendere l’esperienza immersiva e coinvolgente. Tutto sembra perfetto per raggiungere il successo. Ed in effetti così è. Per tutti gli anni Ottanta e Novanta le avventure grafiche mietono successi uno dietro l’altro, arrivando a guadagnare le copertine delle riviste, riempire gli scaffali dei negozi (e i dischetti dei pirati informatici!) e a creare personaggi iconici che riescono a travalicare il semplice mondo degli appassionati. Il marinaio Guybrush Threepwood, che sogna di diventare il più temibile dei pirati dei Caraibi è forse l’esempio migliore e più conosciuto.

Una rivista che non concede sconti a nessuno, ma Guybrush merita la copertina

Poi, per una serie di motivi che proverò a sviscerare anche grazie agli interventi degli ospiti nei prossimi post, si è assistito al declino di questo genere. Il primo intervistato per “Morte e resurrezione delle avventure grafiche” è un vero esperto ed appassionato, in particolar modo del delirante mondo LucasArts. Diamo il benvenuto a Diduz di Lucasdelirium.

VG: Lucasdelirium nasce esplicitamente come tributo ad una colonna portante della storia del medium videoludico. Credo si possa tranquillamente dire che in Italia tu sia il più preparato sulla storia, gli aneddoti, le vicissitudini della LucasArts e successive reincarnazioni. Cosa ti ha spinto in una impresa così titanica?

LD: Prima di tutto, grazie! 🙂 La risposta è semplice: all’inizio non era titanica! Lucasdelirium è nato all’epoca del web 1.0: la primissima versione del sito, oltre a essere raccapricciante a vedersi, era molto più scarna anche nei contenuti. Certo, la forma mentis di base era la stessa di adesso: seguire una tradizione in ordine cronologico, i percorsi creativi degli autori. Però il livello di approfondimento è cresciuto negli anni insieme a me, quindi le schede dei classici si sono fatte più analitiche, la disponibilità di aneddoti in rete su cui riflettere è aumentata, e come se non bastasse i Telltale, la Double Fine e ultimamente anche il ritorno di Ron Gilbert hanno dato effettivo materiale nuovo di cui discutere: la tradizione è stata portata avanti e reinterpretata con tagli differenti. Tutto sommato, considerando ormai quanto sgobbo sul sito, è un bene che non sia partito così “titanico”, altrimenti con l’esperienza che avevo da ragazzo mi sarei scoraggiato.

VG: Al di là del periodo d’oro delle avventure punta e clicca (Ottanta e Novanta) cosa rimane oggi di questo genere?

LD: Se parliamo di un macrogenere che comprende il punta & clicca classico a enigmi, le visual novel e i walking simulator, e che raggrupperei sotto la definizione a maglie larghe di “story game”… beh, rimane preziosissimo: è l’unico genere focalizzato specificamente sull’interazione con un flusso narrativo, si tratti di correggerlo con piccole scelte, scoprirlo con l’esplorazione o ricomporlo tramite la risoluzione di enigmi. Ci sono elementi di questo tipo anche in altri generi, però come giocatore trovo rilassante concentrarmi solo su quest’aspetto, e come me penso amino questa interazione tanti altri giocatori, non solo “attempati”. Se parliamo invece nello specifico solo del punta & clicca classico stile Sierra-LucasArts, la vedo un po’ come Ron Gilbert e lo ritengo più adatto alle narrazioni comiche o grottesche, perché spesso l’enigma da inventario porta con sè un surrealismo naturale nelle azioni che compi. Visto sotto questo aspetto, può ancora essere una fucina dell’assurdo imbattibile.

VG: Quali sono state le maggiori motivazioni del declino delle avventure grafiche all’inizio del nuovo millennio?

LD: Aderisco all’analisi spiccia fatta da addetti ai lavori: le avventure grafiche non hanno mai smesso di vendere in media quanto vendevano prima, è stato il resto del mondo videoludico intorno a loro a crescere in modo esponenziale, mentre gli adventure game classici rimanevano al palo in un mercato in quel frangente storico orientato verso l’espansione industriale potente, e quindi più attratto dalle novità. Aggiungiamo a questo che, superato il periodo degli Ottanta-Novanta, i costi di realizzazione di un videogioco sono in media cresciuti sempre di più. La combinazione di questi due fattori ha di fatto slegato le avventure grafiche dal “giro che conta”, quando negli Ottanta e nella prima metà dei Novanta ne facevano parte a pieno titolo. Finché non è nato il mondo degli indie con il digital delivery, facendo maturare l’offerta ludica con un maggiore pluralismo produttivo e un pubblico di conseguenza più variegato, dopo la nascita di Steam nel 2004 ma anche un po’ più in là, c’è stato un momento molto difficile, cominciato con i flop di The Last Express e Grim Fandango (1997-1998). Il declino dei numeri però non è stato sinonimo sempre di declino in qualità: in quegli anni abbiamo comunque avuto, nonostante tutto, The Longest Journey e Syberia, per citarne due tra le più importanti (entrambe europee, guarda caso, gli States avevano gettato la spugna).

VG : Le avventure grafiche odierne vivono grazie all’effetto “nostalgia canaglia” che hanno sui quarantenni o riescono anche ad affascinare i nati nel nuovo millennio?

LD: Forse fino a qualche anno fa la nostalgia vinceva, ma l’esplosione della vendita digitale sta abituando i giocatori, vecchi e giovani, a non ignorare alcun tipo di impostazione: 2D, 3D, ad alto budget, realizzata da una sola persona o da 100, in HD o in pixel art… Magari un’avventura in bassa risoluzione della Wadjet Eye Games, per dire, viene giocata da giovani e vecchi per ragioni diverse, curiosità i primi e nostalgia i secondi, però entrambe le fasce di pubblico potenzialmente l’accettano, escludendo magari giusto i ragazzini. Ed è questo l’importante. So di per certo che c’è una piccola percentuale di lettori del mio sito che non arriva ai trent’anni: mi fa enormemente piacere. C’è anche qualche giovane che è incuriosito dalla storia dei giochi che non ha mai vissuto: se gli “anziani” e i ragazzi s’incontrassero a metà strada nell’approccio di Lucasdelirium, non potrei essere più felice!

VG: Il settore “mobile” e la VR potrebbero rilanciare il genere?

LD: Il mobile per le avventure esiste da tempo, già dall’affermarsi del Nintendo DS ci sono state derivazioni delle ag, come la variante enigmistica di Layton, che hanno riscosso un enorme successo. Nella seconda metà del decennio passato la tendenza ha portato al recupero e alla diffusione extra-appassionati anche delle visual novel nipponiche come Phoenix Wright (la prima trilogia è splendida e non la trovo, per il livello di ragionamento richiesto, così lontana da un’ag). Non sono però così convinto che un gioco qualsiasi possa adattarsi a tutte le macchine. Mi è capitato di vedere avventure pensate appositamente per il mobile, giustamente cucite nella gestione di grafica e interfaccia sui comandi touch. Idealmente sarebbero due tipi diversi di produzione che dovrebbero convivere con proposte separate, per me. Riguardo alla VR, non la seguo di persona ma la vedo come un ottimo mezzo per rafforzare la sensazione di presenza delle avventure in prima persona. A meno di spiazzanti idee geniali, la visuale in terza persona mal si adatta alla filosofia poetica della vr.

VG: Le mode sono cicliche. Dopo 20-30 anni è forse giunto il momento del ritorno delle avventure grafiche?

LD: Diciamo che non se ne sono mai davvero andate, ma se si parla di “mode”, fenomeni di costume che diventano linguaggio emotivo comune di una generazione come per noi fu Monkey Island… la vedo difficile. Non impossibile, vedi i successi di Clementine in The Walking Dead dei Telltale, o di Life Is Strange, però già parliamo di esperienze narrative interattive che in un avventuriero doc vecchio stile, leggendo quest’intervista, potrebbero scatenare una certa ira. A quel punto la domanda sviserebbe nella famigerata: “Ma cos’è esattamente un’avventura grafica?” E lì possiamo far notte!!! Però è importante distinguere: le avventure grafiche ultraclassiche punta & clicca e enigmi ormai vivono solo nei budget molto indie, quasi artigianalmente (ma sempre con un certo entusiasmo). Già per usare budget medi vedo che si punta su prodotti meno enigmistici e lenti, non da decifrare, come quelli che ho citato o i lavori di David Cage.

“Cos’è esattamente un’avventura grafica?” si chiede Diduz

In un tweet di pochi giorni fa Joe Richardson, l’autore “molto indie” del punta e clicca rinascimentale The Procession to Calvary, notava con tono umoristico (ma neanche troppo) il sorpasso del suo gioco ai danni di Call of Duty: Warzone su Metacritic.

Anche un altro famoso aggregatore di recensioni come OpenCritic vede tra i migliori giochi del 2020 ben tre avventure: la nuovissima visual novel If found…, il punta e clicca episodico Kentucky Route Zero e un insolito ibrido tra platform e point’n’click dal titolo Lair of the Clockwork God.

Forse la resurrezione è davvero iniziata.

Vi aspetto alla prossima puntata per capire insieme ad altre persone mosse solo dal fuoco sacro della passione, cosa ci aspetta nel prossimo futuro delle avventure grafiche, o meglio ancora, usando la definizione più allargata e aggiornata di Diduz, degli “story game”.

10 pensieri riguardo “MORTE E RESURREZIONE DELLE AVVENTURE GRAFICHE

  1. Interessante intervista, davvero. In principio, non sono stato un accanito giocatore di avventure grafiche, le mie prime esperienze sono su Amiga quando la piattaforma migliore era il PC. Su Amiga The Secret of Monkey Island era un delirio di “swap disk” da fare concorrenza a un DJ 😉
    Quando finalmente ho avuto accesso a un PC la mia prima avventura è stata Indiana Jones and the Fate of Atlantis. Ho sempre amato questo genere per il potenziale narrativo, ma spesso gli enigmi troppi cervellotici oppure astrusi tendevano a fare decadere la sospensione dell’incredulità che è alla base dell’immedesimazione per tutti i media, siano libri, film o videogiochi. La sfida nella risoluzione degli enigmi è un elemento importante, ma lo reputo strumentale (e da integrare) nel filo narrativo. Purtroppo, non era raro dovere ricorrere agli “hint” per risolvere delle situazioni, tanto che Sierra fatturava parecchio grazie al servizio telefonico di “aiuti” ed esisteva – almeno in UK e USA – anche un mercato di guide cartacee (ne ho una acquistata per corrispondenza). A mio avviso, uno degli errori degli editori fu proprio questo: spingere sulla difficoltà degli enigmi, invece che sulla storia. È anche vero che lo “zoccolo duro” dei giocatori di avventure pretendeva enigmi complessi (vedi le critiche a Full Throttle che invece io ho amato particolarmente). L’opportunità di migliorare l’interazione con la tecnologia FMV fu un fallimento perché le ingenti risorse economiche per attori e girare il film andarono a discapito dei veri contenuti dell’avventura. Corretta la lettura che il mercato delle avventure non si sia ridotto, ma sia diventato una “nicchia” perché è aumentato esponenzialmente tutto il resto. In conclusione, ciò che mi rammarica – senza concessioni però ad alcuna nostalgia – è sintetizzato nell’introduzione del mio post (grazie la citazione) e cioè nella dichiarazione di Ken Williams sull’avere sprecato un potenziale narrativo che è nel DNA del genere. Non sarà “morta” l’avventura grafica, tuttavia al tempo della sua migliore e più ricca espressione, ha dovuto abdicare al “salotto buono” dei videogiochi e sopravvivere ai margini. Un gran peccato! Con le nuove tecnologie chissà che cosa avrebbero potuto creare LucasArts e Sierra, Legend, Magnetic Scrolls e Infocom.

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  2. Praticamente hai “spoilerato” un pezzetto del mio prossimo post ma sei troppo bravo e ti voglio bene lo stesso 🙂
    Si io rimanevo bloccato per mesi e mesi su un enigma aspettando che una delle riviste dell’epoca (K e TGM) pubblicassero la soluzione. Ma forse la disponibilità di tanto tempo libero, la necessità di dover tradurre tutti i dialoghi dall’inglese e la mancanza di molti altri generi tra cui scegliere, non mi facevano pesare più di tanto la frustrazione. Mi perdevo in quei mondi pixellati pieni di enigmi da decifrare ed ero felice. Oggi un’avventura punta e clicca che non implementi all’interno del gioco stesso degli aiuti, la trovo piuttosto anacronistica. Ho giocato proprio in questi giorni The wardrobe, un titolo italiano molto ben fatto, pieno di riferimenti della cultura nerd anni 80 e 90, ma che volutamente ha mantenuto le meccaniche di quegli anni. In tre o quattro occasioni purtroppo ho dovuto googolare la soluzione e la sospensione dell’incredulità è andata a farsi benedire.

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    1. Mi fai pensare a tanti anni fa, quando con alcuni amici pensavo di tirare su un sito con recensioni semiserie di avventure grafiche, ma soprattutto con le recensioni delle loro soluzioni XD
      Risate, ma anche tante parolacce e la cosiddetta “immersione” che volava via dalla finestra a causa dell’abuso della sequenza di Fibonacci negli enigmi e simili seccature (e nessuna indicazione, nella confezione, della necessità di avere almeno sette e mezzo in matematica. Dovrebbero farci l’icona apposita del PEGI, altroché XD).

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  3. Bellissima intervista. Adoro la storia videoludica. Quando si pronuncia la parola “videogioco” la mia mente corre subito alle avventure grafiche. Quante ore passate su di esse. Rimarrà sempre nel mio cure Day of the Tentacle, il miglior videogioco di sempre. Ci volevano ben sette floppy disk e inizialmente giocavo senza scheda audio, ma era ugualmente emozionante.

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    1. Grazie per il passaggio sul mio blog e che ti sia piaciuto l’articolo. Anche io sono cresciuto con le avventure grafiche e ne serbo un ricordo piacevole e nostalgico anche se oggi preferisco giocare a qualcosa di più “aggiornato” soprattutto in termini di gameplay.

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