THE STANLEY PARABLE

SIAMO TUTTI BURATTINI?

Di Gianni Mancini 08/07/2019

Impersonare Stanley è stato un po’ come rientrare nei panni che ho vestito per ventisette anni. Ho infatti iniziato a lavorare come impiegato appena uscito dall’Istituto Tecnico Commerciale a diciannove anni. All’epoca avevo molta voglia di fare e di imparare. L’energia e l’entusiasmo che mettevo nel parlare con i clienti, caricare gli ordini, partecipare alle fiere di settore era veramente tanta.

L’ufficio di Stanley, non proprio un luogo solare

Ma come nelle fasi dell’amore proposte dallo psicoterapeuta Jed Diamond, dopo una prima fase di innamoramento dove tutto è perfetto, arriva anche inevitabilmente la fase della disillusione. Le insoddisfazioni si accumulano. La ripetitività dei compiti assegnati, la poca o nulla libertà creativa, gli screzi con alcuni colleghi, tutto contribuisce a tarpare le ali della libertà.

Stanley è un uomo che, chiuso nella stanzetta del suo ufficio, riceve gli ordini direttamente dal monitor del suo computer e che deve eseguire pedissequamente. La sua vita va avanti così, ma Stanley sembra felice. Non deve fare scelte, deve solo attenersi a quello che gli viene richiesto. Un giorno però al suo terminale non arriva più nessun ordine. Qui inizia la parabola di Stanley. La definizione che il Treccani dà della parabola è la narrazione di un fatto immaginario ma appartenente alla vita reale, con il quale si vuole adombrare una verità o illustrare un insegnamento morale o religioso. L’uso del termine parabola all’interno del titolo stesso ci dovrebbe far intuire la natura piuttosto surreale del gioco. Una volta alzati dalla nostra sedia dovremo addentrarci alla scoperta dell’ufficio e dei suoi segreti, accompagnati solamente da una voce narrante che ci guiderà e ci consiglierà cosa fare. Questa specie di Grillo Parlante (tanto per rimanere in tema di burattini) cercherà di influenzare le nostre scelte che potremo assecondare o eludere.

L’umorismo è sempre presente. Seguirete la linea?

The Stanley Parable può essere letto su vari livelli. Il primo e più evidente è la disamina del lavoro d’ufficio. Gli impiegati moderni sono chiamati a svolgere compiti ripetitivi e anonimi rinchiusi nei loro cubicoli che assomigliano alle cellette di un alveare. Sono semplici numeri, non devono prendere decisioni, solamente eseguire correttamente gli ordini impartiti. Sulle loro tazze si può leggere “I HATE MONDAYS” o “I LIKE WORK, I JUST HATE MY BOSS”. L’odio rivolto al  lavoro o al capo esprime chiaramente lo stato di frustrazione degli impiegati. Nella sala riunioni le diapositive digitali danno una serie di suggerimenti ai dipendenti su come non essere licenziati o come venerare il boss o ancora come risolvere le dispute con i colleghi. Parlare meno, fare un ottimo lavoro tutto il tempo tutti i giorni senza alcuna aspettativa di promozione o riconoscimento, incasinarsi dentro senza esternare niente in un circolo vizioso senza fine. Un secondo livello di lettura, un po’ più nascosto del primo ma altrettanto potente, è la libertà di scelta lasciata al giocatore all’interno del racconto ludico. E’ un tema molto dibattuto nel mondo dei videogiochi e forse The Stanley Parable è il rappresentante più accreditato per spiegare bene questo paradosso. Con acuta autoironia il Narratore (un superbo Kevan Brighting) ci sprona a fare delle scelte che potremo seguire o ignorare dandoci così l’illusione della scelta. E’ proprio trasgredendo al consiglio del Narratore che l’inganno verrà svelato, in quanto in realtà tutte le possibili scelte sono già state pensate dall’autore stesso. Il giocatore non effettuerà mai una vera scelta, si limiterà solamente a percorrere i binari previsti dall’autore. L’abile uso della metanarrazione e della rottura della quarta parete smascherano ironicamente l’illusoria libertà di scelta. L’immaginario muro che separa l’attore dallo spettatore viene spesso squarciato e il narratore (o la narratrice in una specifica sezione del gioco) si rivolgerà direttamente al comandante del simulacro, il giocatore, facendoci percepire distintamente di star facendo un gioco. Ad un certo punto si sentirà persino il Narratore rovistare tra i fogli della sceneggiatura cercando di ritrovare il filo del discorso. Non si cerca immedesimazione, non si vogliono far vivere a Stanley mirabolanti avventure (d’altronde quali rocambolesche vicissitudini si potrebbero portare in scena in un ufficio deserto?). Non c’è un obiettivo specifico, si tratta di prendere coscienza di sé stessi, di come rispondere alle avversità, di come affrontare situazioni quando si è sotto pressione. 

Facendo un paragone cinematografico, il primo titolo che il mio cervello ha ripescato nei meandri dei ricordi etichettati da me stesso come “film surreali” è stato Essere John Malkovich (1999, scritto da quel genio di Charlie Kaufman e diretto da Spike Jonze). Innanzitutto l’ambientazione è la stessa: un ufficio con molti schedari. Poi la figura di Craig, il burattinaio felice del suo mestiere (o meglio “arte”) che però oltre a non portare denaro gli procura anche pericolosi pugni in faccia. Accettando un lavoro di ufficio rinuncia al successo che meriterebbe ed al riconoscimento da parte della società (caratteristica comune a quasi tutti i dipendenti che lavorano in ufficio). Attraverso un passaggio dietro un classificatore, Craig riuscirà ad entrare nella testa di John Malkovich e a farlo diventare il suo personale burattino arrivando al successo tanto agognato. L’aspetto surreale, l’idea di avere qualcuno dentro la testa che impartisce ordini, la straziante realtà del voler essere altro, del voler cambiare, bloccati come si è in un mondo di finzioni e falsità, avvicina in maniera eclatante le due opere, cult assoluti nei loro rispettivi settori.

L’ufficio del boss

The Stanley Parable era originariamente una mod per Half-Life 2 poi convertito in gioco autonomo nel 2013. Il suo ideatore Davey Wreden (insieme a William Pugh) ha tenuto molte volte a precisare di aver sviluppato il gioco in un periodo complicato della sua vita nel quale si trovava in forte depressione, infatti Stanley è una rappresentazione di Wreden che, dopo una lunga vita abitudinaria in cui aveva perso la padronanza della sua vita, si “risveglia” da questa per riprendere coscienza della sua realtà. Ed è quello che ho fatto io dopo ventisette anni. Ora sono sveglio.

Adatto a: chi non vuole più essere marionetta ma marionettistaNon adatto a: chi è felice di non prendere
decisioni e sta bene così com’è

VOTO: 9

Giocato su PC per 3 ore – disponibile per Microsoft Windows · macOS · Linux

2 pensieri riguardo “THE STANLEY PARABLE

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